News from Lesbo (Marcello Carrozzo)

Ringraziamo

Marcello Carrozzo

Fotoreporter professionista, ha realizzato importanti reportage sul traffico internazionale di sostanze stupefacenti, migrazione e disagio sociale: dal deserto del Gobi alla foresta equatoriale congolese, dai campi profughi palestinesi in Siria, Libano, Giordania, Striscia di Gaza, agli slum in Kenya, Congo, India, Argentina.

Docente di “Personal Security Management” e “Media & Communication” per operatori in aree ad alta criticità e di conflitto presso l’ISPI (Milano) e di “Laboratoiro di tecniche e linguaggio della fotografia” al Master in Giornalismo dell’Università di Bari ALDO MORO.

Spettacolo teatrale on line

Spettacolo teatrale on line

E-sister-e for Peace: tra attivismo e violenza, quale processo di integrazione in Italia per le migranti provenienti da zone di conflitto?”

Presentati i risultati della mappatura sulla condizione delle donne rifugiate provenienti da zone di conflitto negli exSprar/Siproimi nel 2019 in Toscana.

Racconti, testimonianze e difficoltà 

Cosa manca al sistema di accoglienza delle donne provenienti dai luoghi di conflitto e vittime di diverse forme di violenza in Italia? La Convenzione di Istanbul viene applicata? Come accogliere le donne vittime di violenza in una prospettiva interculturale di genere e quale formazione per gli e le operatrici degli ex/Sprar-Siproimi e delle reti territoriali per non creare ulteriore vittimizzazione?

 A queste e a molte altre domande ha voluto dare risposta il progetto “E-sister-e for Peace: la sorellanza senza frontiere”, promosso da Fondazione Pangea Onlus e finanziato dal Piano d’azione nazionale donne pace e sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il progetto, i cui risultati sono stati presentati oggi nel corso di una conferenza on line, vuole dare voce e corpo alle storie di tante donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo, provenienti da zone di guerra e vittime di varie forme di violenza.

“La migrazione non è mai neutra, sia per i motivi che ti fanno muovere, sia per dove approdi, sia per chi ti accoglie. E per accogliere è fondamentale capire cosa sia un approccio interculturale di genere che tenga conto delle diverse esigenze delle donne, come anche degli uomini migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus e ideatrice del progetto “E-sister-e for Peace –  E’ fondamentale, per esempio, accogliere il vissuto delle donne in quanto donne e delle motivazioni che le portano a scappare dai loro paesi, come far emergere e poi prendere in carico i vissuti violenti che purtroppo quasi tutte indistintamente vivono nei loro tragitti sino in Per questo è necessaria una formazione specifica interculturale di genere e sulle violenze da parte degli operatori e delle operatrici negli ex Sprar Siproimi che spesso manca o è discrezionale. Il tutto è ulteriormente peggiorato dopo la trasformazione del sistema ex SPRAR non è più possibile offrire un servizio personalizzato e le persone rifugiate sono lasciate a se stesse”. 

“Nonostante negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dei conflitti intorno al Mediterraneo – e non solo – e a una fuga sempre maggiore di donne provenienti da zone di guerra e nonostante queste fossero in gran parte vittime di violenza, manca una risposta politica adeguata, anche con il nuovo governo. Gli strumenti che abbiamo come il piano di Azione Nazionale su Donne Pace e Sicurezza, la cooperazione in emergenza tra paesi, lo stesso Piano antiviolenza 2017-2020 ormai scaduto, hanno dato risposte deboli nell’accoglienza e nella presa in carico delle donne richiedenti asilo e rifugiate. Perché questo vulnus politico? Probabilmente perché parlare di immigrazione vuol dire chiamare a sé dissenso politico ma non parlarne vuol dire creare disagio che si trasforma in delinquenza e futuro scontro sociale – prosegue Lanzoni – Abbiamo sentito quindi la necessità di fare un focus sul tema delle donne migranti e richiedenti asilo e sulla loro condizione negli ex/Sprar in Toscana e sul funzionamento del sistema di protezione per donne richiedenti asilo e rifugiate, proprio perché, come già evidenziato rapporto Upr su Donne, Pace e Sicurezza presentato in occasione della Revisione Periodica Universale dell’Onu all’Italia, occorre dare più strumenti di formazione e inclusione “quindi meno bombe vendute dall’Italia ai paesi in guerra e più accoglienza”.

“La mappatura dei sistemi di accoglienza in una regione per molti aspetti virtuosa come la Toscana – prosegue Lanzoni – ha messo in luce varie lacune. Le donne sono ancora percepite come soggetti portatori di problematiche maggiori rispetto agli uomini, costano di più, soprattutto in caso di figli e di inserimento lavorativo. Inoltre, hanno traumi legati alla violenza basata sul genere, molto spesso in Libia, che si ripercuotono per lunghi periodi nella loro vita e processo di integrazione. Le strutture di seconda accoglienza, poi, difficilmente rilevano i loro problemi e sanno come affrontarli. Pochi sono i progetti a loro destinati: la maggior parte sono riservati a singoli uomini, mentre solamente 17 nel 2019 accoglievano donne ed un solo progetto era esclusivamente riservato alle donne. Questo perché l’accoglienza delle donne è molto più impegnativa e costosa (soprattutto in caso di figli), sia nella fase della permanenza negli ex/Sprar che in quella dell’inserimento lavorativo”.

“Essere donna – sottolinea Lanzoni – comporta vivere tutta una serie di esperienze uniche rispetto ad un uomo. Le violenze basate sul genere possono essere vissute prima della fuga, si può essere vendute da bambine ed essere vittime di tratta e prostituite in maniera coatta, violate durante il viaggio, nella permanenza in Libia, e poi a volte anche in Italia. Vi possono essere possibili gravidanze non desiderate, in quanto donne straniere si vivono dei pregiudizi specifici, si può avere lasciato figli nei paesi di origine o averli persi nel tragitto. Si può essere costrette a difficili convivenze forzate e via dicendo. Sono tanti i fattori di rischio differenti rispetto agli uomini, che hanno bisogno di percorsi specifici per non essere vittime a vita. Per tutte queste ragioni Pangea ha voluto rilevare il bisogno formativo degli e delle operatrici, affinché non sia lasciato alla discrezionalità. La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la protezione delle donne ha un capitolo ad hoc sulle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo e ogni paese che la ratifica, tra cui l’Italia dal 2013, dovrebbe crear politiche trasversali per permettere anche a queste donne che vivono discriminazioni e violenze multiple di potervi fare fronte. Tutto ciò però ancora avviene solo molto parzialmente e le disposizioni della Convenzione non sono ancora prese sufficientemente in considerazione nella costruzione delle proposte politiche. L’Italia, attraverso il suo sistema di accoglienza, deve essere in grado di riconoscere tutto ciò, e applicare quelle misure richieste dalle convenzioni internazionali, per trasformare le donne in arrivo nel nostro paese, da vittime ad agenti del cambiamento. La UNSCR 1325 riconosce le donne non solo come vittime ma anche come agenti di ricostruzione di società e mediatrici dei processi politici.

Le loro storie – conclude Simona Lanzoni – ci insegnano che non basta il coraggio: bisogna incontrarsi, riconoscersi e lottare insieme. L’obiettivo è quello di mettere l’accento sulla pace, la guerra e la condizione del genere femminile e le sue ineguaglianze e violenze, sui diritti negati delle donne e, allo stesso tempo, rivelare l’importanza dei percorsi di solidarietà, di presa di coscienza e di sorellanza”.

Anche la ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, ha voluto lasciare un messaggio video nel corso della conferenza: “Oggi avere il coraggio di dire che dalle donne e con le donne possiamo promuovere processi di pace credo sia una sfida che va al di là di ogni retorica – afferma la ministra – Dobbiamo assumerci l’impegno di saper accogliere e ascoltare queste storie e queste vite ma ancora di più di poter dare a ciascuna donna l’opportunità di desiderare una vita nuova e di aiutarla a far sì che questo desiderio diventi progetto concreto di vita”.

Congiuntamente alla mappatura negli ex/Sprar e alle testimonianze raccolte, è stato avviato attraverso un osservatorio un lavoro legato ai discorsi dell’odio sulle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo, uno spettacolo teatrale “Sommerse e salavate” che racconta storie di donne che attraversano i conflitti e poi il mare e un cortometraggio “Era un bellissimo giorno” dove i conflitti vengono raccontati dalla voce delle stesse protagoniste, una donna Yemenita, una donna Curda, una donna Nigeriana. Storie vere, vite che hanno il diritto di vivere con la stessa dignità e gli stessi mezzi di qualsiasi altro essere umano donna in Italia.

3 ottobre: Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione

Il Comitato 3 Ottobre Puglia organizza un momento di confronto e riflessione su:

MARENOSTRO Naufraghi senza volto di Maurizio MOSCARA (ed. La meridiana)

Insieme all’Autore interverranno:
Giovanni CAPURSO – Docente di Filosofia

Don Gianni DE ROBERTIS – Direttore Migrantes

Azmi JARJAWI – Dipartimento Immigrazione CGIL Puglia

Angela PAGANELLI – Comitato 3 Ottobre Puglia

Don Francesco PREITE – Parrocchia Redentore e di “Sfruttazero”

Erminia RIZZI – Asgi

Voci, letture e testimonianze a cura della Squola “Penny Wirton” Bari

 

È necessario prenotarsi inviando una mail

a: comitato3ottobrebari@gmail.com

 

Intervista a Federica Dassoni, medico volontario del Naga a Lesbo

Federica Dassoni, è un medico, volontaria del Naga e attualmente a Lesbo con l’associazione inglese Kitrinos che fornisce assistenza sanitaria soprattutto per malattie croniche nel campo di Moria andato a fuoco qualche giorno fa.

Da quanto sei arrivata a Lesbo?
Sono arrivata il 29 agosto, ho fatto una settimana di quarantena e ho poi iniziato a lavorare nel nostro ambulatorio, ma il terzo giorno c’è stato l’incendio. È stato un grande caos, decidere
come agire e coordinarsi è stato molto complicato. Il nostro ambulatorio nel campo è bruciato e quindi ora operiamo all’interno di strutture di altre realtà presenti.

Che situazione hai trovato, prima e dopo l’incendio?
Nel campo c’erano tra le 11.000 e le 12.000 persone, ho appena fatto in tempo a vedere tutto il campo che era diviso in diversi settori. Nelle prime strutture costruite ci stavano i minori non accompagnati e le donne sole per le quali il campo non era assolutamente un posto sicuro. Poi c’erano zone gestite da grandi associazioni internazionali e l’ultima parte chiamata “La giungla” dove si erano messe spontaneamente le persone che non riuscivano ad entrare nelle altre aree. Il campo era stato inizialmente pensato per 3.000 persone, in dei momenti sono arrivate ad essere 20.000.

Da dove arrivano le persone presenti?
In grandissima maggioranza da Afghanistan, Siria e Iran. E c’è anche un gruppo di congolesi e di altri paesi francofoni. Ci sono persone che sono qui da anni e altre appena arrivate. E ci sono tanti bambini, cammino e incontro una marea di bambini che vivono in mezzo alla strada. Una cosa allucinante.

Dove si sono spostate le persone dopo l’incendio?
Le persone si sono messe ai lati della strada e la polizia ha messo dei blocchi per non farli uscire, ha creato un’area circoscritta dalla quale le persone non possono uscire né altre possono entrare. Sono quindi rimasti tutti, non li lasciano uscire né possono lasciare l’isola. Non possono andare via, ma nessuno ha offerto soluzioni alternative e il campo non c’è più.
Si sono così accampati nel parcheggio di un supermercato e ai lati della strada. Ci sono delle tende e, alcuni, hanno fatto delle specie di capanne con mezzi di fortuna come canne, fogliame, rami di bambù. Anche i bambini sono accampati, ci sono anche neonati. Di tutto. Ci sono delle persone che sono riuscite a scappare, ma la polizia pattuglia la zona e vengono riportate in quest’area circoscritta.

Che situazione hai trovato dopo l’incendio?
Le tende e le capanne erano tutte bruciate, erano rimaste le strutture in lamiera. Il primo problema è stato il cibo e l’acqua. Inizialmente ci sono stati problemi nella distribuzione. Ora ci sono file di ore e ore per avere del cibo.

Che sensazioni hai avuto?
La cosa che più ti fa star male è incontrare i bambini che giocano e vedere dove vivono ai lati della strada. È veramente straziante. Soprattutto quando vedi quelli piccoli, appena nati o di pochi mesi. Ma in genarle tutti i bambini vivono in queste condizioni veramente allucinanti, non vanno a scuola e non c’è nessuna prospettiva. I Paesi europei non accolgono nessuno di loro, salvo 400 minori non accompagnati che sono già stati redistribuiti in varie nazioni. Stanno costruendo un nuovo campo con 1000 tende, ma ovviamente sono molti di più.

Quali sono le richieste più frequenti in termini sanitari?
Le richieste più frequenti sono attacchi di panico legati sia alla situazione in cui vivono qui sommata a quello che hanno vissuto nei Paesi di origine e ai viaggi che hanno affrontato. Il panico è anche dovuto agli attacchi della polizia con i gas lacrimogeni e anche a causa della presenza di gruppi di estrema destra che cercano di attaccare le persone. Sono state attaccate anche delle donne: io ho visto una donna in preda ad una crisi di panico proprio perché era stata attaccata, credo, dalla polizia. E ne vediamo tutti i giorni.
Come associazione incontriamo poi soprattutto pazienti con malattie croniche come diabete, pressione alta, malattie della tiroide, persone che hanno bisogno di prendere medicine quotidianamente. Dopo l’incendio non ce l’hanno più. Come dermatologa vedo tante banali infezioni batteriche della pelle, molto frequenti nei bambini.

Com’è gestita la questione coronavirus?
Prima dell’incendio avevano cominciato a fare i test, dopo quattro giorni che ero qui hanno trovato il primo caso. Hanno iniziato a fare tamponi, circa 2000 e hanno trovato 35 positivi. C’è stato l’incendio e le persone che erano in isolamento sono uscite e non si sa dove siano. Alcuni sono stati rintracciati, ma una minoranza. Considerate che tutt’ora non si sa se ci sono stati dei morti per l’incendio. La cosa non è stata ancora appurata.

Per concludere, trovi delle similitudini o sensazioni simili tra i tuoi lunedì all’ambulatorio del Naga e il tuo lavoro a Lesbo?
Il Naga è un lavoro molto più normale, siamo un ambulatorio di base, la sua normalità è proprio la sua forza. E seppur a volte con difficoltà, dal Naga possiamo rimandare i pazienti agli ospedali per esami di approfondimento o altro. Qui non si possono fare esami di nessun tipo. Ora anche il nostro ecografo è bruciato. Quindi niente esami, niente ospedali le persone vengono prese negli ospedali solo quando stanno per morire e si creano delle situazioni gravissime. Per esempio le persone con l’HIV non hanno accesso ai farmaci, oggi c’era un signore con un tumore che è gestito da un ambulatorio mobile… Situazioni che gridano vendetta.

Buon lavoro, ti aspettiamo al Naga!