Spettacolo teatrale on line

Spettacolo teatrale on line

E-sister-e for Peace: tra attivismo e violenza, quale processo di integrazione in Italia per le migranti provenienti da zone di conflitto?”

Presentati i risultati della mappatura sulla condizione delle donne rifugiate provenienti da zone di conflitto negli exSprar/Siproimi nel 2019 in Toscana.

Racconti, testimonianze e difficoltà 

Cosa manca al sistema di accoglienza delle donne provenienti dai luoghi di conflitto e vittime di diverse forme di violenza in Italia? La Convenzione di Istanbul viene applicata? Come accogliere le donne vittime di violenza in una prospettiva interculturale di genere e quale formazione per gli e le operatrici degli ex/Sprar-Siproimi e delle reti territoriali per non creare ulteriore vittimizzazione?

 A queste e a molte altre domande ha voluto dare risposta il progetto “E-sister-e for Peace: la sorellanza senza frontiere”, promosso da Fondazione Pangea Onlus e finanziato dal Piano d’azione nazionale donne pace e sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il progetto, i cui risultati sono stati presentati oggi nel corso di una conferenza on line, vuole dare voce e corpo alle storie di tante donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo, provenienti da zone di guerra e vittime di varie forme di violenza.

“La migrazione non è mai neutra, sia per i motivi che ti fanno muovere, sia per dove approdi, sia per chi ti accoglie. E per accogliere è fondamentale capire cosa sia un approccio interculturale di genere che tenga conto delle diverse esigenze delle donne, come anche degli uomini migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus e ideatrice del progetto “E-sister-e for Peace –  E’ fondamentale, per esempio, accogliere il vissuto delle donne in quanto donne e delle motivazioni che le portano a scappare dai loro paesi, come far emergere e poi prendere in carico i vissuti violenti che purtroppo quasi tutte indistintamente vivono nei loro tragitti sino in Per questo è necessaria una formazione specifica interculturale di genere e sulle violenze da parte degli operatori e delle operatrici negli ex Sprar Siproimi che spesso manca o è discrezionale. Il tutto è ulteriormente peggiorato dopo la trasformazione del sistema ex SPRAR non è più possibile offrire un servizio personalizzato e le persone rifugiate sono lasciate a se stesse”. 

“Nonostante negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dei conflitti intorno al Mediterraneo – e non solo – e a una fuga sempre maggiore di donne provenienti da zone di guerra e nonostante queste fossero in gran parte vittime di violenza, manca una risposta politica adeguata, anche con il nuovo governo. Gli strumenti che abbiamo come il piano di Azione Nazionale su Donne Pace e Sicurezza, la cooperazione in emergenza tra paesi, lo stesso Piano antiviolenza 2017-2020 ormai scaduto, hanno dato risposte deboli nell’accoglienza e nella presa in carico delle donne richiedenti asilo e rifugiate. Perché questo vulnus politico? Probabilmente perché parlare di immigrazione vuol dire chiamare a sé dissenso politico ma non parlarne vuol dire creare disagio che si trasforma in delinquenza e futuro scontro sociale – prosegue Lanzoni – Abbiamo sentito quindi la necessità di fare un focus sul tema delle donne migranti e richiedenti asilo e sulla loro condizione negli ex/Sprar in Toscana e sul funzionamento del sistema di protezione per donne richiedenti asilo e rifugiate, proprio perché, come già evidenziato rapporto Upr su Donne, Pace e Sicurezza presentato in occasione della Revisione Periodica Universale dell’Onu all’Italia, occorre dare più strumenti di formazione e inclusione “quindi meno bombe vendute dall’Italia ai paesi in guerra e più accoglienza”.

“La mappatura dei sistemi di accoglienza in una regione per molti aspetti virtuosa come la Toscana – prosegue Lanzoni – ha messo in luce varie lacune. Le donne sono ancora percepite come soggetti portatori di problematiche maggiori rispetto agli uomini, costano di più, soprattutto in caso di figli e di inserimento lavorativo. Inoltre, hanno traumi legati alla violenza basata sul genere, molto spesso in Libia, che si ripercuotono per lunghi periodi nella loro vita e processo di integrazione. Le strutture di seconda accoglienza, poi, difficilmente rilevano i loro problemi e sanno come affrontarli. Pochi sono i progetti a loro destinati: la maggior parte sono riservati a singoli uomini, mentre solamente 17 nel 2019 accoglievano donne ed un solo progetto era esclusivamente riservato alle donne. Questo perché l’accoglienza delle donne è molto più impegnativa e costosa (soprattutto in caso di figli), sia nella fase della permanenza negli ex/Sprar che in quella dell’inserimento lavorativo”.

“Essere donna – sottolinea Lanzoni – comporta vivere tutta una serie di esperienze uniche rispetto ad un uomo. Le violenze basate sul genere possono essere vissute prima della fuga, si può essere vendute da bambine ed essere vittime di tratta e prostituite in maniera coatta, violate durante il viaggio, nella permanenza in Libia, e poi a volte anche in Italia. Vi possono essere possibili gravidanze non desiderate, in quanto donne straniere si vivono dei pregiudizi specifici, si può avere lasciato figli nei paesi di origine o averli persi nel tragitto. Si può essere costrette a difficili convivenze forzate e via dicendo. Sono tanti i fattori di rischio differenti rispetto agli uomini, che hanno bisogno di percorsi specifici per non essere vittime a vita. Per tutte queste ragioni Pangea ha voluto rilevare il bisogno formativo degli e delle operatrici, affinché non sia lasciato alla discrezionalità. La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la protezione delle donne ha un capitolo ad hoc sulle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo e ogni paese che la ratifica, tra cui l’Italia dal 2013, dovrebbe crear politiche trasversali per permettere anche a queste donne che vivono discriminazioni e violenze multiple di potervi fare fronte. Tutto ciò però ancora avviene solo molto parzialmente e le disposizioni della Convenzione non sono ancora prese sufficientemente in considerazione nella costruzione delle proposte politiche. L’Italia, attraverso il suo sistema di accoglienza, deve essere in grado di riconoscere tutto ciò, e applicare quelle misure richieste dalle convenzioni internazionali, per trasformare le donne in arrivo nel nostro paese, da vittime ad agenti del cambiamento. La UNSCR 1325 riconosce le donne non solo come vittime ma anche come agenti di ricostruzione di società e mediatrici dei processi politici.

Le loro storie – conclude Simona Lanzoni – ci insegnano che non basta il coraggio: bisogna incontrarsi, riconoscersi e lottare insieme. L’obiettivo è quello di mettere l’accento sulla pace, la guerra e la condizione del genere femminile e le sue ineguaglianze e violenze, sui diritti negati delle donne e, allo stesso tempo, rivelare l’importanza dei percorsi di solidarietà, di presa di coscienza e di sorellanza”.

Anche la ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, ha voluto lasciare un messaggio video nel corso della conferenza: “Oggi avere il coraggio di dire che dalle donne e con le donne possiamo promuovere processi di pace credo sia una sfida che va al di là di ogni retorica – afferma la ministra – Dobbiamo assumerci l’impegno di saper accogliere e ascoltare queste storie e queste vite ma ancora di più di poter dare a ciascuna donna l’opportunità di desiderare una vita nuova e di aiutarla a far sì che questo desiderio diventi progetto concreto di vita”.

Congiuntamente alla mappatura negli ex/Sprar e alle testimonianze raccolte, è stato avviato attraverso un osservatorio un lavoro legato ai discorsi dell’odio sulle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo, uno spettacolo teatrale “Sommerse e salavate” che racconta storie di donne che attraversano i conflitti e poi il mare e un cortometraggio “Era un bellissimo giorno” dove i conflitti vengono raccontati dalla voce delle stesse protagoniste, una donna Yemenita, una donna Curda, una donna Nigeriana. Storie vere, vite che hanno il diritto di vivere con la stessa dignità e gli stessi mezzi di qualsiasi altro essere umano donna in Italia.

Dalla parte di Mimmo Lucano

In migliaia di a Riace a dare solidarietà a Mimmo Lucano Il sindaco è stato arrestato martedì scorso per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

Dalla parte di Mimmo Lucano

Mimmo Lucano, sindaco di Riace, è accusato dalla Procura della Repubblica di Locri di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

Disposto a conclusione di un’inchiesta bizzarramente denominata “Xènia” – un termine che nell’antica Grecia indicava l’usanza dei signori di offrire doni ai propri ospiti –, il provvedimento ha tutta l’aria di essere una operazione strumentale, se non intimidatoria, mirante a scoraggiare un modello di accoglienza (apprezzato anche dai media e dalla stampa internazionali), che è stato sviluppato con risorse limitate ma con visionario coraggio in una terra, “difficile”, come si suol dire  della Calabria, che, come ha detto bene lo stesso Lucano, “è ancora dentro la questione meridionale e non ne riesce a uscire”.

Lucano è stato arrestato per aver organizzato con la collaborazione della compagna, Tesfahun Lemlem, uno o più “matrimoni di comodo” tra donne africane e cittadini italiani, e per aver affidato senza gara il servizio di raccolta rifiuti alle due cooperative sociali nate a Riace per dare lavoro ai cittadini riacesi e ai migranti. Secondo l’impianto accusatorio disposto dal Giudice per le indagini preliminari di Locri, il sindaco di Riace sarebbe un soggetto “avvezzo a muoversi tra lecito e illecito” – un confine che pure il Gip riconosce “sottile”, vago, confuso in materia di accoglienza. “L’indagato vive oltre le regole, che ritiene d’altronde di poter impunemente violare nell’ottica del ‘fine giustifica i mezzi’; dimentica, però, che quando i ‘mezzi’ sono persone il ‘fine’ raggiunto tradisce, tanto paradossalmente quanto inevitabilmente, questi stessi scopi umanitari, che hanno sorretto le proprie azioni…”: così si legge nelle capziose motivazioni del Gip.

Ci pare di individuare in queste ultime righe una vistosa opacità: è proprio in nome dell’umanità come valore inderogabile e fine ultimo di ogni processo politico che questo amministratore locale si è mosso sin da quando, nel 2004, è stato eletto sindaco di questo paesino della Locride, noto fino a quel momento solo per il ritrovamento dei famosi Bronzi. Crediamo piuttosto che ciò che si intende colpire con l’arresto di Lucano sia l’idea stessa di Riace, cioè la possibilità di creare dal nulla una comunità che, abbattendo gli steccati dell’ideologia sovranista, proponga un modello di integrazione a dimensione umana, cooperativa, prossimale, lontano da ogni rischio di ghettizzazione e dagli stessi sistemi convenzionali dell’accoglienza, in quanto concepito nel segno della concretezza, dell’autonomia, della sostenibilità. L’arresto di Lucano rischia di vanificare un esempio autentico di rigenerazione territoriale avulsa da ogni logica clientelare e alimentata da una visione profondamente democratica della giustizia, che non teme di passare attraverso gesti di disobbedienza civile, se questi sono il prezzo da pagare per tentare di creare un progetto sociale e culturale accogliente, alternativo a quello attuale.

“Ora viviamo l’epoca dei muri, dei campi di internamento, dei lager libici, degli odi superficiali, di una regressione delle coscienze – ha dichiarato Lucano in una magistrale intervista a MicroMega –. “Allora, il messaggio che viene da una piccola comunità dove c’è una storia di emigrazione, perché noi in passato stiamo stati emigranti (e troppo spesso ce lo dimentichiamo), è di non rimanere indifferenti a ciò che ci circonda”.

Forse Mimmo Lucano è stato arrestato per il reato di mancata indifferenza. Forse Lucano è stato arrestato per aver tentato a buttar giù, almeno nel suo piccolo territorio, una porzione di quel muro che circonda le nostre coscienze e soprattutto le vite dei migranti, che hanno trovato a Riace un riparo dalle intemperie razziste e fasciste di oggi.

Mimmo Lucano libero!

Il gruppo di ricerca “S/Murare il Mediterraneo” sbarca a Fasano (BR)

Il gruppo di ricerca “S/Murare il Mediterraneo” sbarca a Fasano (BR), al Teatro Sociale, all’interno della manifestazione organizzata dal quotidiano FasanoLive, “Terre di Mezzo”, il 26 gennaio.

I giornalisti di FasanoLive hanno intervistato la ricercatrice, parte del gruppo S/Murare, Lorena Carbonara (vincitrice del bando della Regione Puglia Future in Research) sui temi della migrazione, degli attraversamenti, delle contaminazioni e dell’accoglienza.
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